La speranza il cuore della Vita (Infinity)

La speranza è una candela sempre accesa che non smette mai di emanare luce…

In tempi duri come quelli che stiamo vivendo, la speranza è il solo appiglio che ci tiene a galla, un fattore di cui l’uomo non può disfarsi. La speranza è, inoltre, la chiave che ci spinge a lottare per il meglio e in questo libro emerge la voglia dell’autrice di infondere il suo calore confortante attraverso dei pensieri facilmente applicabili alla vita di tutti i giorni.

Quando lo sconforto rischia di avere la meglio, ecco che intervengono valori come l’amore, l’amicizia, gli affetti a tirarci su e a darci quella famosa “speranza” per credere che tutto andrà meglio, che per loro vale la pena lottare.

Raffaella Frese raccoglie questa lotta in poco più di duecento pagine, ma fosse stato per me ne avrei lette altre duecento! Ho adorato il tema, l’impaginazione fresca e delicata e le riflessioni più di ogni altra cosa.
Da tenere sempre a portata di mano.

Super consigliato!

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Più alto del mare

I marosi vorticavano intorno alle rocce creando turbolenze impossibili da decifrare. Poi si ritrovavano l’uno contro l’altro provenendo da direzioni opposte e sbattevano tra loro come mani in un applauso fragoroso. La superficie dell’acqua era coperta di spuma bianca.

“Sembra latte” disse Luisa. “Anzi, panna. Anzi, no, sembra schiuma di birra.”

Da quando erano scesi dalla camionetta, era rimasta a fissare il ribollire del mare. Le onde aggredivano gli scogli e poi rifluivano giù, formando cascate che le ricordavano quelle nelle gole delle sue montagne, al disgelo.

A Paolo la mareggiata sembrava invece un paesaggio popolato da strani esseri, animali, eruzioni vulcaniche. Ogni increspatura, per un brevissimo istante, gli pareva essere qualcosa se non, addirittura, qualcuno. Ma questa unicità subito si annullava e scompariva a nascevano nuove effimere creature. Tutto era solo acqua e movimento. Il maestrale aveva reso mare anche l’aria, le aveva dato salmastro, sapore, consistenza. Respirarla era come spalmarsi le guance di alghe.

Dalla strada erano scesi a piedi in una minuscola insenatura di sabbia bianca, protetta da un cerchio quasi chiuso di scogli di granito. Le onde si frantumavano all’esterno di questa barriera naturale con sbuffi teatrali, ma al suo interno c’era calma. Tutta l’estate il sole aveva riscaldato la caletta come una pentola e lì l’acqua non era fredda. Il mare, là dentro, ansimava pesante, come un orso nella sua tana.

Il vento era un po’ meno forte di qualche ora prima, anche se le alte nuvole grigie erano sempre tese e agitate. Cominciavano però a essere lacerate da strappi da cui la luce cascava giù come da lucernari in un sottotetto. Lì, e solo lì, il mare color squalo s’illuminava di chiazze turchine.

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Inaspettatamente

Fare la spesa mi piace: camminare tra gli scaffali ricolmi, confrontare qualità e prezzi, e magari raccogliere spunti per creare una nuova ricetta. Così, ieri mattina sono uscita di buon’ora alla volta del supermercato e, passo spedito e lista della spesa in tasca, ho iniziato a costruire nella mente il percorso che, tra verdura, frutta, detersivi e biscotti per la colazione, mi avrebbe condotto decisa tra le corsie del supermercato.

Immersa in questo lavoro mentale, la voce che mi chiamava mi giungeva lontana, attutita, quasi arrivasse da una distanza remota.

“Signorina Harlington!”. Mi sono girata. Era Eric, giornalista del quotidiano locale. “Ho visto bene, allora! L’ho riconosciuta. Sveglia presto stamattina”.

L’ho incontrato per la prima volta all’inaugurazione della mostra. Sembrava muoversi a suo agio tra quelle importanti personalità nel campo dell’arte.

“Sì, vado a fare la spesa. E lei che ci fa in giro?”.

“Corro. Ogni mattina. Mi diverte e mi fa sentire in forma. E lei corre mai?”.

Ricordo bene il sorriso che mi rivolse quella sera. Eravamo entrambi in piedi di fronte a uno scatto di Demi. “Incantevole” disse d’un tratto. Mi voltai. Mi stava guardando. “Eric Reed” e sorrise.

“Di tanto in tanto, ma non ho mai tanto tempo per correre. Al contrario, ammiro la sua costanza”.

“Qualche volta potremmo andare a correre insieme, se le va”.

“Volentieri. Ma la avviso, sono fuori allenamento”.

“Vorrà dire che inizieremo con una passeggiata di buona lena”.

“Affare fatto! Magari sulla spiaggia”.

“Ottima idea. Ma a una sola condizione”. Ha inarcato il sopracciglio mentre lo diceva. “Diamoci del tu”.

“D’accordo, Eric” ho riso. “Ci vediamo presto”.

“Ci conto”.

VH

inaspettatamente

(c) Pascal Campion Art

Le città invisibili

Marco Polo immaginava di rispondere (o Kublai immaginava la sua risposta) che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.

A questo punto Kublai Kan l’interrompeva o immaginava di interromperlo, o Marco Polo immaginava d’essere interrotto, con una domanda come: -Avanzi col capo voltato sempre all’indietro? – oppure: – Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? – o meglio: – Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?

Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.

Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

-Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: – Viaggi per ritrovare il tuo futuro?

E la risposta di Marco: – L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

Mi tornava in mente questo passo di Calvino mentre osservavo le fotografie di Demi alla Galleria. Il fascino del viaggio. Anzi no: il fascino del destino. Immaginare come sarebbe stata la nostra vita se fossimo nati e vissuti altrove. Mille e più combinazioni di eventi e circostanze ci hanno portato a essere chi siamo. E se anche una sola fosse stata diversa, saremmo persone totalmente diverse. Questa fragilità mi fa girare la testa.

VH

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Brindisi all’artista

Di mostre ne ho visitate parecchie, da bambina in gita con la scuola e da grande al seguito di Demi che, appassionata studentessa di arte, mi ha sempre trascinata per le stanze affollate delle gallerie descrivendomi nei dettagli questo o quel dipinto. Mai però avevo partecipato a un vernissage. Per questo non sapevo cosa aspettarmi lunedì sera quando, stretta nel mio vestito blu, ho spinto con forza la porta della Galleria Moderna. Una musica ambient dal ritmo tribale faceva da sottofondo a un chiacchiericcio allegro e composto, sovrastato di tanto in tanto dai clic delle macchine fotografiche. Demi era di un’eleganza strepitosa e molto presa a intrattenere giornalisti e critici: si mostrava cordiale e sicura di sé, ma riconoscevo nei suoi occhi una grande emozione. Continuava a guardarsi intorno e, anche mentre conversava con qualcuno, i suoi occhi vagavano impazienti per il salone. Quando ha incrociato il mio sguardo, si è subito congedata dalla sua interlocutrice, una signora di mezza età dai pesanti orecchini d’oro e un chiwawa in braccio. “Vic, eccoti finalmente!” ha sussurrato afferrandomi la mano. “Sono agitatissima, tutte queste persone… e chi se le aspettava! Vedi quel signore alto laggiù? È uno dei maggiori critici d’arte del nostro paese, non so proprio come Pearson sia riuscito a farlo venire qui stasera… una sua recensione negativa e addio carriera! E poi tra poco devo fare il discorso…”. Mi faceva tenerezza: la sua carriera stava per prendere il volo e lei aveva paura di non farcela. La capivo, mi è capitato in passato di sentire il suono dei miei sogni che si infrangevano.
L’ho presa sotto braccio: “So io cosa ti serve”. Abbiamo attraversato il salone gremito fino al buffet. “Due Manhattan, per favore” e abbiamo guardato il barman riempire i bicchieri di ghiaccio e versare whisky, vermouth e una goccia pungente di angostura. “Non temere, Demi, le tue foto sono veri capolavori e hai preparato questa serata nei minimi dettagli. Non c’è nulla che può andare storto.” Ha fatto un bel respiro profondo, sembrava rincuorata. “Cin cin” ha sorriso giocherellando con lo spillo a cui era infilzata la ciliegina.
“Signore e signori, grazie di essere qui…” la voce roca del signor Pearson risultava ancor più sgradevole amplificata dal microfono.
“Il discorso! Tocca a me!”. Ha bevuto un sorso di Manhattan e mi ha strizzato l’occhio, per poi dirigersi svelta a presentare le sue fotografie. Era raggiante.

VH

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