Vicinanze

Nei mesi trascorsi alla tenuta ricevevo molte visite. Prima che la memoria tornasse a colmare i vuoti che aveva lasciato, questo via vai di persone mi infastidiva: mi disturbava dover rimanere per forza in compagnia di parenti e amici che, nel generoso intento di stuzzicare i miei ricordi, mi tormentavano fino alla nausea con aneddoti e racconti. In quel periodo desideravo il silenzio, l’assenza di parole; desideravo affrontare quel vuoto spaventoso da sola, libera dalla soffoncante premura altrui. Per questo, trascorrevo le mie giornate senza quasi uscire dalla tenuta, con Demi, serena e paziente, come unica compagnia gradita.

Per la verità, un’altra persona era diventata con il passare delle settimane una costante della mia vita. Eric, ovviamente. Ogni sabato mattina prendeva di buon’ora il treno locale diretto in campagna e si presentava ai cancelli della tenuta, la giacca appoggiata sulla spalla, con un regalo per me: una scatola di cioccolatini, l’ultima novità editoriale, una spilla di perline.
“Signorina Harlington, buongiorno” mi salutava facendo finta di togliersi il borsalino.
“Signor Reed, che piacere” rispondevo ogni volta con un inchino.

Un sabato, negli ultimi tempi, ebbe l’idea di un picnic notturno. Aggiustammo in un cesto alcuni panini imbottiti, una bottiglia di vino rosso d’annata e una coperta, e guidammo per un’ora abbondante fino in cima a una collina, a picco sulla città sfavillante di luci. L’aria fredda ma piacevole che segna la fine dell’inverno mi accarezzava pungente il volto mentre sedevamo, l’uno accanto all’altra, incantanti dalla maestosità di quel panorama.
“La nostra città è magnifica dall’alto. Ci abito da sempre, ma solo ora capisco quanto è bella” dissi: “Credo che sia la regola: scopriamo la bellezza delle cose quando ce ne allontaniamo”.
“Oppure quando tentiamo di avvicinarci”.

Mi voltai verso di lui. Era a un palmo da me.

vicinanze

(c) Pascal Campion Art

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Dovremmo avere tutti…

dovremmo avere tutti

Fonte: fanpage.it

Cosa vi piacerebbe vedere?

Il giorno dopo, venerdì, finimmo di pulire la casa e di fare i bagagli. Sarah ripulì per l’ennesima volta la cucina, mise i fogli di alluminio sotto i fornelli e diede un’ultima ripassata al piano di lavoro. In un angolo del soggiorno, pronti per la partenza, c’erano le nostre valigie e alcuni scatoloni di libri. La sera avremmo cenato con i Petersen e la mattina dopo avremmo fatto colazione fuori. Poi saremmo tornati e avremmo caricato la macchina; non che ci fosse rimasto molto, dopo venti anni di traslochi e di casini. Saremmo andati in macchina fino a Eureka dove avremmo scaricato la roba nell’appartamento che Sarah aveva preso in affitto qualche giorno avanti, e poi, poco prima delle otto di sera, lei mi avrebbe accompagnato al piccolo aeroporto dove sarebbe cominciato il mio viaggio verso la costa orientale. […] Un mese prima, quando avevamo cominciato a parlare di queste faccende, lei si era tolta la fede nuziale – non tanto per rabbia quanto per tristezza, una sera proprio mentre stavamo decidendo queste cose. Per qualche giorno non aveva portato più nessun anello, ma poi si era comprata un anellino da poco prezzo con su una farfalla di turchese perché, come mi spiegò, si sentiva il dito nudo. Una volta, diversi anni prima di questo episodio, in un impeto di rabbia si era sfilata la fede dal dito e l’aveva tirata dall’altra parte del soggiorno. Io ero ubriaco, all’epoca, e me ne andai da casa, ma quando, pochi giorni dopo, ne discutemmo e le chiesi che fine aveva fatto la sua fede, mi disse: – Ce l’ho ancora. L’ho solo messa in un cassetto. Non crederai mica che butterei via la mia fede, vero? – Qualche giorno più tardi se la rimise al dito e non se l’era più tolta, anche nei periodi peggiori, fino a un mese prima. Aveva anche smesso di prendere la pillola e si era fatta mettere un diaframma.

Insomma, quel giorno lavorammo in casa e finimmo di fare i bagagli e le pulizie e poi, poco dopo le sei, ci facemmo una doccia, riasciugammo per bene il box, ci vestimmo e ci sedemmo in soggiorno, lei a gambe piegate sotto di sé sul divano, con un abito di maglina e un foulard azzurro, io nella poltrona grande vicino alla finestra. Da dove ero seduto vedevo il retro del ristorante di Pete e, oltre il ristorante, alcune miglia di oceano, i prati e le macchie d’alberi che si estendevano tra la finestra e le case. Rimanemmo lì seduti senza parlare. Avevamo già parlato anche troppo. Così ce ne stavamo seduto in silenzio a guardare come si faceva buio fuori e la piuma di fumo che si levava dal camino del ristorante.

da: Raymond Carver, Se hai bisogno, chiama

carver

Se hai bisogno, chiama

Ben presto Myers sentì il televisore accendersi di nuovo in soggiorno, ma il suono arrivava attutito e pensò che non gli avrebbe dato fastidio.  Spalancò la finestra e si mise in ascolto del rumore del fiume che attraversava rapido la valle, diretto verso l’oceano.

Tirò fuori le sue cose dalla valigia e le sistemò nei cassetti. Poi andò in bagno e si lavò i denti. Spostò il tavolinetto in modo che fosse proprio davanti alla finestra. Poi guardò il punto in cui la donna aveva piegato il lembo di coperta. Spostò la sedia per sedersi e si tirò fuori di tasca una biro. Rimase a pensare un attimo, poi aprì il taccuino e in cima a una pagina bianca scrisse le parole Il vuoto è l’inizio di tutte le cose. Rimase a fissare questa frase e poi scoppiò a ridere. Gesù, che cazzata! Scosse la testa. Richiuse il taccuino, si spogliò e spense la luce. Rimase un momento in piedi a guardare dalla finestra e ad ascoltare la corrente del fiume. Poi si mise a letto.

Un mese dopo l’incidente mi capitò tra le mani il volume di Carver. Incominciai a leggerlo nell’intento di distrarmi e placare il febbrile lavorio della mia memoria svuotata.

Il vuoto è l’inizio di tutte le cose.

Decisi che quella frase sarebbe diventata il mio mantra portafortuna, la stella del nord da cui mai avrei tolto lo sguardo per non perdermi nel mio tormento desolato.

Per farla del tutto mia, dovevo solo adattarla un po’:

Il vuoto è il nuovo inizio di tutte le cose.

VH

Raymond Carver - Se hai bisogno, chiama

Ritorno

L’appuntamento era fissato nel tardo pomeriggio, al principio del lungomare.

“Porta la bici” aveva detto Eric al telefono. Mi aveva chiamato all’incirca una settimana prima per chiedermi un appuntamento non appena fosse tornato da un convegno fuori città.

Ricordo che l’idea della passeggiata in bici in una calda giornata di fine agosto mi allettava parecchio, nonostante il giorno prima nuvole grigie avessero tempestato la città di una fitta pioggerellina, per poi lasciare il posto in tarda sera a una tenue schiarita.

Eric già mi aspettava, appoggiato al parapetto del lungomare, la camicia di lino azzurro e un sorriso timido in viso. Lo vidi sollevare la mano in cenno di saluto mentre in sella alla bici attraversavo l’incrocio. Ricordo che ero contenta.

Ricordo anche di aver visto il suo volto trasformarsi d’un tratto in una maschera di terrore. Uno stridere di freni. Un colpo sordo. Buio.

Non so cosa successe poi. La corsa in ospedale, immagino, le analisi d’urgenza, la terapia intensiva. Suppongo che sia andata così. Per certo so che quando aprii gli occhi, vidi in controluce una figura che guardava fuori dalla finestra. Appena si girò, notai i suoi lineamenti delicati. “Oddio! Ti sei svegliata. Infermiera!” chiamò. Mi strinse a sé. Le sue mani erano calde, così come le lacrime che le cadevano dalle guance. Sentivo che mi voleva bene.

Le infermiere la fecero uscire dalla stanza non appena arrivò il dottore. “Chi è quella donna?” chiesi a una di loro. Mi guardò interdetta. “Signorina, lei come si chiama?” mi domandò il dottore per tutta risposta.

Amnesia retrograda transitoria. Ovvero, il vuoto per due lunghi mesi. La mia vita prima dell’incidente era stata spazzata via in un attimo. Come la polvere che viene scrollata da un vecchio cappotto, si libra nell’aria e in un baleno sparisce, rimanendo tuttavia tra le fibre del tessuto, radicata ma invisibile. Sai che c’è ma non la vedi, senti la sua presenza, sei cosciente che è lì, ma è inutile sforzarsi, impossibile riportarla in superficie.

Non appena fui dimessa, Demi mi portò fuori città, nella tenuta della sua famiglia. Lì alternavo giorni di ansia e disperazione in cui cercavo di colmare senza riuscirci il vuoto della mia memoria, a giorni in cui la parvenza di un ricordo mi restituiva un barlume di speranza, talmente tenue però che finiva per smorzarsi e sparire non appena mi accorgevo che non era frutto della mia mente, ma dei racconti assillanti di Demi. Ricordi raccontati, insomma. Di questi vissi per due mesi, fino al giorno in cui Demi prese a frugare per la casa in cerca di Pippi Calzelunghe che leggeva da bambina. Stavo versando la cioccolata calda nelle tazze quando, senza nemmeno accorgermi, dissi:

“L’edizione che cerchi è quella a cui il cane aveva strappato la copertina? Quella è a casa tua in città”.

Alzai la testa. Demi mi fissava.

“Che c’è?” dissi.

“Questo non te l’ho mai raccontato… dopo l’incidente, voglio dire”.

Mi tremavano le gambe: era un ricordo mio. Non indotto, non acquisito. Mio. Era mio.

In effetti ricordavo persino il giorno di qualche anno prima in cui mi aveva mostrato quel libro tutto sgualcito: era appena tornata a casa da una breve vacanza nella tenuta ed era passata da casa mia per prendere certi documenti che le avevo ritirato durante la sua assenza. Aveva con sé un borsone di cuoio marrone con una tasca laterale da cui spuntava il volume. Lo presi in mano: “Ma che razza di modi hai? Guarda come è rovinato questo povero libro. Pippi non si merita questo trattamento”, protestai. “Non è colpa mia” si difese lei: “è stato il cane di zia, ha pensato che fosse uno spuntino!”.

VH

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