Vicinanze

Nei mesi trascorsi alla tenuta ricevevo molte visite. Prima che la memoria tornasse a colmare i vuoti che aveva lasciato, questo via vai di persone mi infastidiva: mi disturbava dover rimanere per forza in compagnia di parenti e amici che, nel generoso intento di stuzzicare i miei ricordi, mi tormentavano fino alla nausea con aneddoti e racconti. In quel periodo desideravo il silenzio, l’assenza di parole; desideravo affrontare quel vuoto spaventoso da sola, libera dalla soffoncante premura altrui. Per questo, trascorrevo le mie giornate senza quasi uscire dalla tenuta, con Demi, serena e paziente, come unica compagnia gradita.

Per la verità, un’altra persona era diventata con il passare delle settimane una costante della mia vita. Eric, ovviamente. Ogni sabato mattina prendeva di buon’ora il treno locale diretto in campagna e si presentava ai cancelli della tenuta, la giacca appoggiata sulla spalla, con un regalo per me: una scatola di cioccolatini, l’ultima novità editoriale, una spilla di perline.
“Signorina Harlington, buongiorno” mi salutava facendo finta di togliersi il borsalino.
“Signor Reed, che piacere” rispondevo ogni volta con un inchino.

Un sabato, negli ultimi tempi, ebbe l’idea di un picnic notturno. Aggiustammo in un cesto alcuni panini imbottiti, una bottiglia di vino rosso d’annata e una coperta, e guidammo per un’ora abbondante fino in cima a una collina, a picco sulla città sfavillante di luci. L’aria fredda ma piacevole che segna la fine dell’inverno mi accarezzava pungente il volto mentre sedevamo, l’uno accanto all’altra, incantanti dalla maestosità di quel panorama.
“La nostra città è magnifica dall’alto. Ci abito da sempre, ma solo ora capisco quanto è bella” dissi: “Credo che sia la regola: scopriamo la bellezza delle cose quando ce ne allontaniamo”.
“Oppure quando tentiamo di avvicinarci”.

Mi voltai verso di lui. Era a un palmo da me.

vicinanze

(c) Pascal Campion Art

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