Ritorno

L’appuntamento era fissato nel tardo pomeriggio, al principio del lungomare.

“Porta la bici” aveva detto Eric al telefono. Mi aveva chiamato all’incirca una settimana prima per chiedermi un appuntamento non appena fosse tornato da un convegno fuori città.

Ricordo che l’idea della passeggiata in bici in una calda giornata di fine agosto mi allettava parecchio, nonostante il giorno prima nuvole grigie avessero tempestato la città di una fitta pioggerellina, per poi lasciare il posto in tarda sera a una tenue schiarita.

Eric già mi aspettava, appoggiato al parapetto del lungomare, la camicia di lino azzurro e un sorriso timido in viso. Lo vidi sollevare la mano in cenno di saluto mentre in sella alla bici attraversavo l’incrocio. Ricordo che ero contenta.

Ricordo anche di aver visto il suo volto trasformarsi d’un tratto in una maschera di terrore. Uno stridere di freni. Un colpo sordo. Buio.

Non so cosa successe poi. La corsa in ospedale, immagino, le analisi d’urgenza, la terapia intensiva. Suppongo che sia andata così. Per certo so che quando aprii gli occhi, vidi in controluce una figura che guardava fuori dalla finestra. Appena si girò, notai i suoi lineamenti delicati. “Oddio! Ti sei svegliata. Infermiera!” chiamò. Mi strinse a sé. Le sue mani erano calde, così come le lacrime che le cadevano dalle guance. Sentivo che mi voleva bene.

Le infermiere la fecero uscire dalla stanza non appena arrivò il dottore. “Chi è quella donna?” chiesi a una di loro. Mi guardò interdetta. “Signorina, lei come si chiama?” mi domandò il dottore per tutta risposta.

Amnesia retrograda transitoria. Ovvero, il vuoto per due lunghi mesi. La mia vita prima dell’incidente era stata spazzata via in un attimo. Come la polvere che viene scrollata da un vecchio cappotto, si libra nell’aria e in un baleno sparisce, rimanendo tuttavia tra le fibre del tessuto, radicata ma invisibile. Sai che c’è ma non la vedi, senti la sua presenza, sei cosciente che è lì, ma è inutile sforzarsi, impossibile riportarla in superficie.

Non appena fui dimessa, Demi mi portò fuori città, nella tenuta della sua famiglia. Lì alternavo giorni di ansia e disperazione in cui cercavo di colmare senza riuscirci il vuoto della mia memoria, a giorni in cui la parvenza di un ricordo mi restituiva un barlume di speranza, talmente tenue però che finiva per smorzarsi e sparire non appena mi accorgevo che non era frutto della mia mente, ma dei racconti assillanti di Demi. Ricordi raccontati, insomma. Di questi vissi per due mesi, fino al giorno in cui Demi prese a frugare per la casa in cerca di Pippi Calzelunghe che leggeva da bambina. Stavo versando la cioccolata calda nelle tazze quando, senza nemmeno accorgermi, dissi:

“L’edizione che cerchi è quella a cui il cane aveva strappato la copertina? Quella è a casa tua in città”.

Alzai la testa. Demi mi fissava.

“Che c’è?” dissi.

“Questo non te l’ho mai raccontato… dopo l’incidente, voglio dire”.

Mi tremavano le gambe: era un ricordo mio. Non indotto, non acquisito. Mio. Era mio.

In effetti ricordavo persino il giorno di qualche anno prima in cui mi aveva mostrato quel libro tutto sgualcito: era appena tornata a casa da una breve vacanza nella tenuta ed era passata da casa mia per prendere certi documenti che le avevo ritirato durante la sua assenza. Aveva con sé un borsone di cuoio marrone con una tasca laterale da cui spuntava il volume. Lo presi in mano: “Ma che razza di modi hai? Guarda come è rovinato questo povero libro. Pippi non si merita questo trattamento”, protestai. “Non è colpa mia” si difese lei: “è stato il cane di zia, ha pensato che fosse uno spuntino!”.

VH

Pascal Campion Art

Pascal Campion Art (R)

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Focaccia alle olive

Con l’estate che non accenna a sbocciare, ho dovuto rinunciare al mare anche oggi. Nuvole grigie affollano minacciose il cielo e l’aria fredda soffia prepotente dalla finestra socchiusa. “Chissà cosa direbbe nonna Janice di un’estate così” penso mentre chiudo le imposte. Lei il tempo lo sentiva, lo capiva come solo la gente di mare e i contadini sanno fare. Quella percezione esclusiva e privilegiata che si sviluppa in coloro che dal meteo traggono la propria sopravvivenza.

Se la giornata in spiaggia può dirsi saltata, non rimane che un’alternativa: “Ciao ragazze! Focaccia e film oggi pomeriggio?”, compongo il messaggio sul telefonino mentre prendo dalla mensola il ricettario di nonna Janice.

FOCACCIA ALLE OLIVE

350 g di farina

10 g di livito di birra

1 cucchiaio di sale

150 ml di acqua frizzante (segreto di nonna!)

100 ml di acqua naturale

5 cucchiai d’olio

150 g di olive verdi (prendo quelle del nonno di Demi di cui ho sempre una scorta abbondante!)

sale grosso

Dispongo la farina a fontana sul tavolo da lavoro, e verso nel centro l’acqua tiepida con il lievito disciolto. Impasto e, una volta che il composto è liscio ed elastico, aggiungo un cucchiaio di sale, 2 d’olio e, con una buona dose di olio di gomito, lavoro ancora per qualche minuto. Formo una palla e la lascio livitare per un’ora e mezza, curandomi di comprirla con una pellicola. Nel frattempo, inizio a denocciolare le olive, ma mi interrompo subito per rispondere al telefono.

“Ciao Vic! Sono Demi. Ho chiamato Becky e Jo, veniamo per le tre, ok? Porto Il Grande Gatsby”.

“Sì, e anche i fazzoletti… sai che mi commuovo con quel film!”.

“Va bene, fontana, porto anche quelli! Piuttosto, sai chi mi ha chiamato prima?”.

“Chi?”.

“Eric Reed. Chiedeva il tuo numero. Per invitarti a una passeggiata, ha detto…”.

VH

focaccia

Ritrovamenti

image

Dicono che le monete di un tempo portino fortuna.

VH

Inaspettatamente

Fare la spesa mi piace: camminare tra gli scaffali ricolmi, confrontare qualità e prezzi, e magari raccogliere spunti per creare una nuova ricetta. Così, ieri mattina sono uscita di buon’ora alla volta del supermercato e, passo spedito e lista della spesa in tasca, ho iniziato a costruire nella mente il percorso che, tra verdura, frutta, detersivi e biscotti per la colazione, mi avrebbe condotto decisa tra le corsie del supermercato.

Immersa in questo lavoro mentale, la voce che mi chiamava mi giungeva lontana, attutita, quasi arrivasse da una distanza remota.

“Signorina Harlington!”. Mi sono girata. Era Eric, giornalista del quotidiano locale. “Ho visto bene, allora! L’ho riconosciuta. Sveglia presto stamattina”.

L’ho incontrato per la prima volta all’inaugurazione della mostra. Sembrava muoversi a suo agio tra quelle importanti personalità nel campo dell’arte.

“Sì, vado a fare la spesa. E lei che ci fa in giro?”.

“Corro. Ogni mattina. Mi diverte e mi fa sentire in forma. E lei corre mai?”.

Ricordo bene il sorriso che mi rivolse quella sera. Eravamo entrambi in piedi di fronte a uno scatto di Demi. “Incantevole” disse d’un tratto. Mi voltai. Mi stava guardando. “Eric Reed” e sorrise.

“Di tanto in tanto, ma non ho mai tanto tempo per correre. Al contrario, ammiro la sua costanza”.

“Qualche volta potremmo andare a correre insieme, se le va”.

“Volentieri. Ma la avviso, sono fuori allenamento”.

“Vorrà dire che inizieremo con una passeggiata di buona lena”.

“Affare fatto! Magari sulla spiaggia”.

“Ottima idea. Ma a una sola condizione”. Ha inarcato il sopracciglio mentre lo diceva. “Diamoci del tu”.

“D’accordo, Eric” ho riso. “Ci vediamo presto”.

“Ci conto”.

VH

inaspettatamente

(c) Pascal Campion Art

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