I Games – Il Ritorno dei Principi Guerrieri

Attraverso le sue pagine, Antonella Fumo ci guida in un viaggio intenso e misterioso, che parte un po’ in sordina presentandoci un vasto clan al quale è impossibile non affezionarsi.
“I Games – Il ritorno dei Principi Guerrieri” è un romanzo che cattura sempre di più, man mano entra nel vivo, trascinando il lettore in un mondo in cui l’apparenza inganna e invitandolo a credere nell’impossibile.
Tutto ruota attorno le vicende delle sorelle Rosa e dei rispettivi personaggi che fanno da saporito contorno in quel di Fior de’ Colli. Nel paese apparentemente tranquillo, qualcosa di grosso sta per succedere: addirittura, le sorti dell’intera umanità sono in pericolo. Solo lo scudo può proteggere la Rosa e solamente i cinque Principi Guerrieri riusciranno a sconfiggere le forze del male per riportare l’equilibrio.
Giada contro Petra, una lotta che va avanti da secoli – o niente meno millenni -, ma che finalmente trova la sua giusta conclusione quando i due schieramenti si ritrovano faccia a faccia e i nuovi Principi Guerrieri (cinque insospettabili!) prendono in mano le sorti dei loro destini, e non solo.
A quale schieramento appartenere è una scelta, come spesso ripetono Lia, Nicca e Lisa – le tre bellissime, quanto misteriose, sorelle Rosa – una scelta libera da condizionamenti; ed in questo contesto mi piacerebbe sottolineare la lenta presa di coscienza di uno dei personaggi principali: Roberto.
L’architetto scettico e razionale, ma dal carattere incredibilmente gioioso ed ottimista, è costretto a cedere alla realtà dei fatti quando questi “giochi” lo privano della moglie e delle due figlie, Michela e Alessia. Ben presto si rende conto che anche lui deve dare il suo contributo, deve scegliere il suo campo di battaglia ed è proprio per i loro tormenti interiori che sia Roberto che Luca Robbia – il bel soprintendente- , rientrano nella schiera dei miei personaggi preferiti.
Svelare il finale in una recensione sarebbe una cattiveria nei confronti di chi leggerà questo libro, perciò preferisco spostare l’attenzione sull’accuratezza dello stile usato dalla scrittrice.
Sebbene l’opera presenti anche capitoli molto brevi – creati ad arte per non lasciare nulla al caso – è la cura usata nelle scelte lessicali, nei dialoghi veloci e sempre freschi, e nei dettagli a fare de “I Games” un libro completo e piacevole da leggere.
La citazione che ho preferito su tutte, e che a mio parere esprime il fulcro centrare dell’intera opera, è questa: Un giorno Lia mi disse che dovremmo tornare bambini per capire le cose. I bambini sono semplici, non sono pieni di regole e nozioni come noi. Loro sentono le cose, provano paura, gioia, felicità, sconforto, all’apparenza senza motivo, ma sono le cose che li circondano a condizionarli. Loro non vedono il bello, lo sentono. Da adulti questa capacità si perde. L’unico modo per recuperarla è mettersi in ascolto. Solo da qui può partire la vera conoscenza. C’è un’anima nelle cose. Bisogna raggiungerla. Le opere ci parlano. Dobbiamo ascoltarle.
In conclusione, consiglio questo libro a tutti coloro che vogliano fare una bella lettura di qualità. Che sia estate o inverno non importa, “I Games” calza a pennello in qualsiasi stagione!

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La speranza il cuore della Vita (Infinity)

La speranza è una candela sempre accesa che non smette mai di emanare luce…

In tempi duri come quelli che stiamo vivendo, la speranza è il solo appiglio che ci tiene a galla, un fattore di cui l’uomo non può disfarsi. La speranza è, inoltre, la chiave che ci spinge a lottare per il meglio e in questo libro emerge la voglia dell’autrice di infondere il suo calore confortante attraverso dei pensieri facilmente applicabili alla vita di tutti i giorni.

Quando lo sconforto rischia di avere la meglio, ecco che intervengono valori come l’amore, l’amicizia, gli affetti a tirarci su e a darci quella famosa “speranza” per credere che tutto andrà meglio, che per loro vale la pena lottare.

Raffaella Frese raccoglie questa lotta in poco più di duecento pagine, ma fosse stato per me ne avrei lette altre duecento! Ho adorato il tema, l’impaginazione fresca e delicata e le riflessioni più di ogni altra cosa.
Da tenere sempre a portata di mano.

Super consigliato!

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Uno scriptorium pieno di gente

È come quando si apre un vecchio baule. Oggetti dimenticati, che si credevano perduti o che non ci si aspetta di trovare lì, si riscoprono all’improvviso. Oppure è come quando si apre una scatola appena ricevuta in dono, colma di cose nuove che stuzzicano la curiosità. È questa l’impressione che si ha leggendo Viaggi nello scriptorium (Einaudi, 2007), il brevissimo romanzo di Paul Auster che si presenta come la sterile cronaca di una giornata qualsiasi, incolore e uguale a molte altre, che Mr. Blank trascorre solo, rinchiuso in una stanza. Una stanza affollata di gente, per la verità: Anna Blume, Quinn, Flood, Stillman proiettano la loro triste ombra da un lontano passato. Alle orecchie di qualcuno, questi non saranno che nomi sentiti per la prima volta, persone appena incontrate, le cui vite a brandelli non possono che affascinare. In molti altri susciteranno, invece, quel piacevole stupore che si prova riaprendo il vecchio baule. In questo smilzo librino Paul Auster ripone, infatti, alcuni dei personaggi che hanno animato i suoi precedenti romanzi perché a lui «quel che più interessa delle storie non è il loro rapporto con il mondo, ma il loro rapporto con altre storie». Viaggi nello scriptorium, però, non è solo la stazione d’arrivo nella quale confluiscono, dignitose e composte, molte delle storie nate dal genio dello scrittore newyorkese. Si rivela anche un’affollata stazione di partenza: il lettore segua pure il personaggio che più lo incuriosisce, salga sul suo treno e in batter d’occhio si ritroverà nella Città di vetro (Einaudi, 1996) o nel Paese delle ultime cose (Einaudi, 2003).

Cuore vecchio e inerte del romanzo è Mr. Blank: incatenato in un’esistenza scialba, vive in balia di persone che lui non ricorda, ma che al contrario lo conoscono bene. Infestano la sua vita, vogliono spiegazioni e risposte, nelle loro viscere imperversa la furia della vendetta: «Lei gioca con la vita della gente senza assumersi nessuna responsabilità. Accuso lei di quello che mi è successo. La accuso e la disprezzo». Ma come accusare qualcuno la cui mente non è nulla più che una tabula rasa, una pagina da cui è stata cancellata con ferocia ogni parola? Che può fare Mr. Blank? E poi, chi è Mr. Blank?

Seduto nel suo “scriptorium” di Brooklyn, Paul Auster compie un nuovo viaggio nell’arte del narrare, esplorando quel cono di luce e ombra che avvolge il mestiere dello scrittore. Essere scrittore significa essere relegato in una prigione soffocante o in un qualche Eden dorato? Vuol dire dover portare sulle spalle il peso di vite altrui o vivere inebriato dal potere della creazione? Comunque sia, per Auster «diventare scrittore significa essere scelti e significa anche non avere più scelta». Una rotta già tracciata, dunque, che lui segue instancabile battendo sui tasti della vecchia Olympia portatile, finché «l’inchiostro è quasi invisibile sulla pagina». E con quella «balbettante musica antica e familiare» come sottofondo, compone le sinfonie delle sue storie. Scrivere è per Paul Auster «qualcosa di fisico»: le parole pulsano irrequiete dentro il corpo e poi escono impetuose dalle mani. Tutto allora si trasforma in una storia, in una finzione, e persino il soffitto di una stanza anonima diventa un foglio di carta bianca da cui finiranno per staccarsi «esseri inventati da un’altra mente, che sopravvivranno a chi li ha creati perché, una volta gettati nel mondo, continueranno a esistere per sempre, persino dopo che saranno morti».

Con una prosa tersa e luminosa, attraverso parole tangibili, Paul Auster ci racconta un’insolita quotidianità con una lingua del tutto ordinaria e trasparente. Forse leggendo la traduzione italiana non sembrerà sempre così, forse il lettore rimarrà interdetto di fronte a «un’ex bianca tendina», forse si chiederà come sia il «suono di una serratura aperta» e forse, se mastica l’inglese, a volte avrà l’impressione di sentire l’inopportuno eco di quella lingua risuonare tra le righe. Ma l’urlo di quelle vite in frantumi si leverà più forte, il mistero che ammanta la vicenda saprà incantarlo e lui, come ammaliato, non riuscirà a staccare gli occhi dal libro, finché il regista-creatore non deciderà di spegnere le luci sulla scena. «Finita la commedia».

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